Perché torni sempre indietro, anche dopo tanto lavoro su te stessa

Ti è mai successo? Hai meditato, hai letto, hai lavorato sulle ferite di tua madre e di tuo padre, hai fatto un percorso intero. Eppure, ogni tanto, lei torna. Quella vecchia versione di te che controlla il telefono, che si annulla per l’altro, che mette qualcuno sul piedistallo e si dimentica di esistere.

Io la mia identità dipendente la chiamo Barbara. E in questo articolo voglio spiegarti perché Barbara ritorna — anche quando pensavi di esserti lasciata tutto alle spalle — e soprattutto cosa puoi fare davvero.

Perché torni sempre indietro, anche dopo tanto lavoro su te stessa

Indice

Le identità non si possono uccidere

Parto dalla verità più importante, quella che ti libererà invece di condannarti: le tue vecchie identità non moriranno mai.

Lo so che suona scoraggiante. In realtà è il contrario, e te lo spiego sia a livello scientifico che spirituale — perché entrambi i piani dicono la stessa cosa.

Sul piano scientifico, un’identità è un costrutto creato dalla mente: un cocktail di memorie immagazzinato nelle tue sinapsi. E le sinapsi non si distruggono. Una volta che le hai create, restano. L’unica cosa che succede è che, se smetti di ripercorrerle, si indeboliscono — fino a quasi non funzionare più. Ma non spariscono. Restano lì, vive.

Sul piano spirituale, viviamo immerse in infinite realtà parallele, anche se non ce ne rendiamo conto. Ogni volta che cambiamo stato, cambiamo timeline — cambiamo letteralmente lo spazio-tempo in cui ci muoviamo. Questo significa che tutte le versioni di te che hai “abbandonato” sono vive e vegete in un’altra linea temporale. Pronte a tornare nel momento in cui abbassi la guardia.

Perché Barbara torna proprio quando meno te lo aspetti

Barbara riemerge in un momento preciso: quando smetti di osservarti. Quando entri nel pilota automatico.

E qui c’è una trappola sottile. Il nostro pilota automatico — quello che in neuroscienza si chiama default mode network — è infido. Non ci accorgiamo di quando ci entriamo. E quando ci entriamo, riemerge automaticamente l’identità con cui abbiamo “marinato” più a lungo la nostra coscienza: quella che conosciamo meglio, quella più familiare. Per molte di noi, quella è proprio l’identità dipendente.

Ecco perché non basta “aver capito”. Puoi avere tutta la consapevolezza del mondo, ma se abbassi la guardia, il pilota automatico ripesca la vecchia te.

Le implicazioni: la tua cartina di tornasole

Come fai a sapere da quale identità stai vivendo, in un dato momento? Non guardi cosa pensi. Guardi cosa fai. Ogni tua azione, parola ed emozione ha un’implicazione, e quell’implicazione ti dice da quale identità stai operando.

Un esempio. Qualcuno ti critica e tu reagisci in modo violento. Chi sta reagendo? Una parte di te che non è sicura di sé. Non è “lui che ti ha provocata”: è un’identità insicura che si è attivata.

Un altro esempio, più scomodo. Controlli di continuo il telefono — se ti ha scritto, se non ti ha scritto, i suoi accessi, i suoi social. Qual è l’implicazione? Due cose. La prima: se lo stai cercando là fuori, è perché dentro non ce l’hai. La seconda: il tuo inconscio lo sa. E non puoi ingannarlo. L’inconscio sa che non ce l’hai, e continua a manifestarti esattamente quella realtà di mancanza.

Le implicazioni di ciò che fai, dici e senti sono la cartina di tornasole dell’identità che stai indossando in quel momento.

Cosa fare davvero: non combattere, trascendere

Arriviamo al punto. Se Barbara non si può uccidere, cosa si fa?

Non la combatti. Questo è il primo, fondamentale principio: tutto ciò a cui resisti, persiste. Se reagisci a Barbara con rabbia, se la combatti, le dai forza e la confermi.

Quello che fai invece è accoglierla, osservarla e lasciarla andare. Perché la tua vera essenza non è Barbara: è l’anima, l’essere che la guarda. Da quella distanza — da quella posizione di osservatrice — puoi fare l’unica cosa che funziona davvero: scegliere un’altra identità, più adeguata a chi vuoi essere.

Non siamo qui per uccidere le nostre identità. Siamo qui per sceglierne di più adeguate ai nostri obiettivi. E dato che un’identità è comunque un costrutto, tanto vale costruirne una che ti porti dove vuoi andare, invece di subire quella vecchia.

I passi concreti sono due:

Il primo è meditare ogni giorno, almeno 15-20 minuti al mattino. Non per “svuotare la mente”, ma per allenare l’osservatore — quella parte di te che si accorge quando Barbara sta tornando.

Il secondo è non reagire con le altre persone. Quando reagisci come faceva la vecchia te, alimenti un loop che continua a confermare quell’identità. Se invece fai tutto questo lavoro internamente, senza riversarlo nelle relazioni, la tua trasformazione — la tua scelta di una nuova identità — diventa permanente.

La consapevolezza è tutto

Barbara torna perché Barbara è eterna. Non puoi ucciderla. Puoi solo scegliere, ogni volta, di essere qualcun’altra.

Ma per farlo devi essere consapevole di cosa stai facendo. Se non sei consapevole, non puoi cambiare. È impossibile. Non puoi abbandonare un’identità che non vedi nemmeno — sei troppo cieca ad essa per accorgertene.

Ed è esattamente qui che si gioca tutto: nella capacità di vederti, momento per momento, e scegliere chi essere.

Se vuoi capire a che punto sei nel loop della dipendenza affettiva, e perché continui ad attrarre amori non corrisposti, ho creato un test gratuito di due minuti. Fai il test qui.

Iscriviti alla Newsletter!